«Crescere il tuo cibo di fianco a casa è semplicemente un metodo più furbo: le verdure hanno un gusto diverso, e non è difficile immaginarlo» racconta Greg Willerer, educatore per 15 anni, da 5 passato all’agricoltura biologica. I due lotti vacanti adiacenti alla sua abitazione li ha infatti trasformati in un bell’orto che produce, senza l’utilizzo di fertilizzanti chimici o pesticidi, diverse varietà di verdure, dai pomodori alle carote, dalle insalate ai broccoli. Brother Nature Produce, questo il nome della piccola azienda agricola urbana, vende i suoi ortaggi, raccolti poco prima della consegna, a ristoranti e mercati cittadini, eliminando così la refrigerazione per lo stoccaggio e inutili chilometri aggiuntivi per il trasporto.
Questo ritorno all’agricoltura è sempre più diffuso in tutta Detroit, l’ex capitale dell’industria automobilistica americana oggi conosciuta quasi unicamente per il vasto declino urbano. In passato quarta città più grande d’America, la sua popolazione si è ridotta da circa 1,8 milioni (al suo picco nel 1950) agli 813.000 attuali. Lotti vuoti e case abbandonate si susseguono nelle strade della città, in quella che è ormai una nuova configurazione urbana. Ed è proprio questa sensazione di “vuoto” una delle caratteristiche che più impressionano chi arriva per la prima volta: certe strade fantasma con solo una o due case rimaste, spazi che la gente di Detroit ha iniziato a chiamare “prateria urbana”. Ma, guardando il panorama con occhi diversi, ciò che si può vedere è una nuova “espansione” della natura, che incurante di quello che è stato si riappropria degli spazi con alberi e orti. «Molte persone descrivono Detroit come un nuovo sistema di urbanesimo, a metà tra il cittadino e rurale» spiega John Gallagher, autore di ‘Reimagining Detroit’, testo di ricerca sull’innovativo lavoro di community-building che si sta diffondendo a Motor city. «Anche se altre città hanno subito ingenti perdite di popolazione, rimangono comunque molto urbane, mentre Detroit sembra muoversi lentamente verso un ritorno alla natura». Che il futuro sia quello di nuova “città agricola”?
«Abbiamo più di mille community garden registrati nel Garden Resource Program» commenta Phil Jones del Detroit Food Policy Council. «L’agricoltura qui ha radici profonde. Le persone hanno coltivato per più di un secolo nei giardini di case, ospedali e scuole. Per questo i soggetti coinvolti sono i più diversi: giovani e anziani, gruppi etnici, sociali e religiosi diversi». Di tutte le soluzioni emerse per far rinascere Detroit, nessuna ha sollevato più entusiasmo, e scetticismo, dell’agricoltura urbana. Che significa anche community gardening, nel senso che non riguarda solo il profitto, come è per qualsiasi azienda agricola, ma soprattutto aiutare e ricreare quella comunità perduta con lo spopolamento dei quartieri. Per di più, fornendo alimenti freschi altrimenti difficilmente accessibili – sia per i prezzi elevati rispetto al cibo industriale super economico, sia per una scarsa copertura sul territorio da parte dei supermarket. «A Detroit c’è del buon cibo, ma non tutti hanno l’auto e non c’è un efficiente sistema di trasporti pubblici. Quindi non tutti hanno accesso ai prodotti freschi: a volte ci si trova di fronte ad un vero e proprio “food desert [area priva di rivenditori di cibo fresco, nda]”» aggiunge Jones.
Ma prima ancora della cultura alimentare, c’è un vero problema economico, di una crisi che ancora non ha abbandonato la città. Per molti l’agricoltura urbana potrebbe essere una soluzione. Ma non è facile farne un business di successo. «Quando ho iniziato insegnavo ancora, ma oggi è dura: se non funziona, sono per strada» chiarisce senza mezzi termini Willerer. I diminuiti livelli di reddito e la forte disoccupazione hanno portato famiglie un tempo autosufficienti ad utilizzare il banco alimentare e i buoni spesa per integrare i loro introiti. Certo è dura, ma in molti credono che se se si diffonde può diventare un modello di sviluppo.
La Youth Stand Farm di Earthworks, ad esempio, è un programma per ragazzi dai 12 anni in su che, dopo aver imparato a coltivare un appezzamento di terreno, vengono avviati al mondo imprenditoriale per dare loro la possibilità di avviare la propria attività agricola in città. L’Earthworks Urban Farm, un network di appezzamenti gestiti dall’associazione Capuchin Soup Kitchen, dal 1997 coltiva pomodori, insalate e numerose altre varietà di frutta e verdura seguendo i principi dell’agricoltura biologica (prima nel suo genere in città). «Ogni giorno serviamo 2000 pasti gratuiti, circa il 90% di quanto produciamo viene utilizzato nella cucina della mensa» precisa Shane Bernardo, responsabile della diffusione del programma. Quanto da noi non direttamente utilizzato viene venduto tramite la cooperativa Grown in Detroit o utilizzato per fare marmellate, vendute dall’associazione per raccogliere fondi.
Ma quanto cibo producono gli orti di Detroit? Secondo Mike Hamm, professore di Sustainable Agriculture presso la Michigan State University, il 35% della frutta e verdura fresca consumata in città proviene da fonti non domestiche. In un recente studio condotto insieme a Kathryn Colasanti e Charlotte Litjens sottolinea inoltre che Detroit sarebbe in grado di produrre rispettivamente il 76 per cento e il 42 per cento del fabbisogno di verdura e frutta per 1 milione di persone. Il tutto in soli 2.000 ettari, una frazione dei 30mila lotti vacanti della città. «Detroit HA un futuro, anche se non quello che la maggior parte delle persone si sarebbe aspettata 50 anni fa. Più tempo e soldi vengono sprecati nell’immaginare che la città tornerà ad essere identica a quello che era, peggio sarà per Detroit» commenta John Gallagher. (Pubblicato su Terra).
* Questo articolo è stato realizzato grazie al supporto di Linda ed Elisa Fioriti per il finanziamento del giornalismo indipendente *